Dal tutoraggio a una grande amicizia: vi racconto Lorenzo

Nell’ottobre del 2015 ho iniziato a lavorare come tutor per l’omonimo servizio dell’Università degli Studi di Perugia. Il servizio di tutoraggio consiste nel supporto allo studente durante il suo intero percorso universitario: accompagnamento alle lezioni e agli esami, coordinamento dello studio, gestione degli esami con i professori, preparazione e approfondimento degli argomenti didattici, senza contare la crescita interpersonale, dunque il supporto nella socializzazione e nei rapporti con gli altri compagni di università.

Il primo studente che mi venne affidato fu Lorenzo Mattioli.

Lorenzo era uno studente in Scienze della Politica e dell’Amministrazione del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Politiche, già laureato alla triennale con il massimo dei voti. Viveva – e vive tuttora – a Bettona, uno dei Borghi più Belli dell’Umbria, con mamma Lorena e papà Mario. Ha una sorella maggiore di nome Claudia. Quando lo conobbi, Lorenzo aveva 28 anni ed ebbi subito l’impressione di un ragazzo gioioso, dinamico e con una curiosità innata verso le persone.

A differenza degli altri studenti che avevano preso parte al servizio di tutorato presso la facoltà, Lorenzo usufruiva di quello domiciliare. Questo significava che sarei andata a casa sua e che sarei entrata nella quotidianità sua e della sua famiglia. In casi del genere, il tutor non può essere solo una figura professionale preposta al supporto dello studente, ma si trova a essere molto di più: entrando direttamente in casa d’altri, diventa parte delle dinamiche familiari.

Già dai primi incontri, comunque, la famiglia di Lorenzo si dimostrò molto empatica e disponibile, mettendomi subito a mio agio. Io e Lorenzo eravamo nella fase iniziale del rapporto professionale e trascorrevamo molte ore a studiare per il primo esame da sostenere. Ma ci studiavamo anche a vicenda, soprattutto dal punto di vista comportamentale.

Ma, man mano che gli incontri si moltiplicavano, cominciavo a sentirmi sempre meno estranea in casa loro; anzi, ero diventata quasi un membro della famiglia ed era ormai una scena ricorrente quella che vedeva me e Lorenzo seduti in sala a studiare davanti al camino acceso con Amos – il suo amico a quattro zampe – accoccolato davanti al fuoco, mentre Mario era fuori a dar da mangiare agli animali e Lorena si affaccendava per la casa.

L’autrice e Lorenzo con un’amica

Spesso succede che, quando si lavora fianco a fianco, si manifesti l’impulso di aprirsi e di condividere le vicissitudini quotidiane. Spesso a noi capitava che, da una semplice domanda, si arrivasse a parlare di argomenti delicati e di un certo spessore, come la fede, la politica nel senso stretto, i valori individuali, i desideri e i sogni. I sogni di due giovani ragazzi non ancora trentenni.

Queste discussioni mi hanno consentito di imparare a conoscere la personalità di Lorenzo. Vivevo i nostri incontri come un momento di confronto e di analisi personale, perché Lorenzo ha il grande dono di saper ascoltare, di capire lo stato d’animo altrui e di intuire ciò che spesso non riusciamo a vedere con gli occhi. Ero sempre più incuriosita e affascinata da questo ragazzo: posso dire che, mentre io lo aiutavo nell’attività di studio universitario, lui mi supportava nella crescita personale e nella ricerca di me stessa.

È pur vero che, in casi come questo, entrano in gioco diverse scuole di pensiero. La più diffusa tende a separare l’aspetto professionale da quello umano: se si crea qualcosa che va oltre il compito assegnato è sbagliato. In effetti la prassi prevalente è questa, si tende a circoscrivere il rapporto con lo studente alla sola attività che si fa insieme. Ma quando si sta tre o quattro volte a settimana a stretto contatto, se non c’è anche un lavoro di supporto psicologico e personale e, se la sensibilità e l’empatia vengono sospese, è difficile che ci sia una buona resa scolastica. Qualsiasi studente, che sia disabile o meno, ha alti e bassi psicologici che influiscono sulla sua produttività. Nel caso di Lorenzo, affetto da una patologia genetica rara chiamata SMA (Atrofia Muscolare Spinale), i momenti di down erano davvero bui e ho cercato di stargli vicino al massimo delle mie possibilità. Credo che sia anche per questo motivo che il nostro rapporto, inizialmente solo professionale, si sia arricchito del lato più personale e umano. C’era sintonia e credo che, da parte di entrambi, il passaggio sia stato naturale, reciproco e spontaneo. Siamo diventati amici, con quel tipo di rapporto che non si può imbrigliare e che ti trascina in quelle chiacchierate notturne che sembrano non finire mai.

L’autrice e Lorenzo con un amico

Ora, a causa della situazione pandemica, io e Lorenzo ci sentiamo solo telefonicamente. Confesso che sento molto la sua mancanza, come delle nostre chiacchierate. Mi piace anche ricordare, con nostalgia e meraviglia, le grandiose feste che era solito organizzare a casa sua.

Siccome la patologia che ha richiede a Lorenzo di non ammalarsi – o di ridurre al minimo il rischio – eravamo io e gli altri suoi amici ad andare da lui. Insomma, se non è Maometto che va dalla montagna…

Lorenzo organizzava delle feste a tema memorabili, non importava se fossero di compleanno o per il semplice passaggio da una stagione all’altra. Tutta la casa veniva arredata curando ogni minimo particolare, una volta per ricreare un mondo da Le Mille e Una Notte, un’altra per vivere l’allegria del Sudamerica.

Ma questa è un’altra storia, che sarà probabilmente Lorenzo stesso a raccontarvi. Dai prossimi numeri di Medicina&Cure, infatti, la parola passerà direttamente a lui, che condividerà con noi alcuni episodi della sua vita, raccontandosi e rispondendo anche alle vostre domande. Così, forse, potrete ritrovare in lui l’amico che vi scoprii io qualche anno fa.


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